Andare controvento
L’ottavo principio che ho riscritto in Lettera a Jeff Bezos: insistere sugli standard più elevati. Dieci anni dopo il piano per il Team per la Trasformazione Digitale al Governo una nuova possibilità.
1 giugno 2026 | Lettera a Jeff Bezos | Newsletter N. 9/14
In queste settimane mi sono fermata a leggere le recensioni lasciate su Amazon a Lettera a Jeff Bezos. Leggo sempre le recensioni prima di acquistare un libro. Mi piace capire cosa ha lasciato davvero nelle persone. Ritrovarmi ora dall’altra parte, a leggere quelle dedicate al mio, mi fa uno strano effetto e mi riempie di gioia. Ne ho anche una negativa, ma senza commento. Mi chiedo che senso abbia dire che qualcosa non ti è piaciuto senza spiegare perché.
In ogni caso, ho deciso di riportarne alcune qui, quasi per fermarle nel tempo, e legarle a un capitolo che si intitola Andare controvento. Voi forse vi chiederete cosa c’entri una recensione con questo tema. Eppure, più ci penso, più sento che un legame c’è. Proverò a raccontarlo in questa newsletter dedicata al capitolo 8.
Eppure stavolta è stato diverso.








Federico Guerrini scrive: “una testimonianza preziosa”. Andrea (ne conosco diversi, chissà quale Andrea sarà) racconta che il libro gli è arrivato “come un pugno in faccia” ma che “fa bene al cuore”. Patrizia scrive una frase che mi ha fatto pensare: “Tutti noi abbiamo una Amazon da salutare perché non ci rappresenta più.” Chiara scrive una cosa molto bella, che secondo me tiene insieme perfettamente il senso del libro: “Lettera a Jeff Bezos è un saggio, ma si legge come un romanzo.”
Ecco, forse è questo il punto.
“Tutti noi abbiamo una Amazon da salutare perché non ci rappresenta più.”
Forse è questo il punto.
A un certo momento della vita ti accorgi che qualcosa non ti rappresenta più, anche se funziona, anche se ti protegge economicamente, anche se fuori sembra perfetto.
E allora inizia la parte più difficile: andare controvento.
Il capitolo 8 racconta proprio questo. Gli anni di Palazzo Chigi, il Team per la Trasformazione Digitale, il sogno enorme di contribuire davvero a cambiare il Paese. Ci credevo profondamente. Talmente tanto da lasciare la mia famiglia quasi tutta la settimana per vivere a Roma. Ricordo ancora la sera in cui lo dissi a Riccardo davanti alla torta dei suoi dieci anni. Era il 9 giugno del 2016. Ricordo Mauro che mi disse:
“Vai. Noi vogliamo una mamma felice.”
Oggi penso spesso a quella frase.
Perché dentro quel mondo di risultati, visione, innovazione, performance, il rischio era perdere proprio la felicità. O, peggio ancora, perdere il contatto con me stessa mentre cercavo di costruire qualcosa di grande.
Forse è anche per questo che oggi mi colpisce così tanto quello che sta vivendo LOTTA. Per lanciare ACT NOW ha scelto anche lei di “andare controvento”, di non pubblicare la canzone su Spotify, Apple Music o Amazon Music. Un gesto coerente, radicale, difficile da spiegare in un mondo in cui tutto ruota attorno alla visibilità immediata e alla crescita continua.
Qui puoi ascoltare il brano su Bandcamp:
Eppure non c’è entusiasmo intorno alla sua scelta, c’è piuttosto smarrimento. Come se la coerenza estrema fosse diventata incomprensibile. Come se fossimo più disposti a dare fiducia a chi racconta bene qualcosa, anche se è falso, piuttosto che a chi prova davvero a vivere fino in fondo la sua coerenza e la sua verità, anche quando questo comporta rinunce, meno numeri, meno consenso.
È una sensazione che conosco bene quella di “andare controvento”.
Perché andare controvento ti fa sentire sola. Ti fa dubitare. Ti fa sembrare fuori posto mentre tutto intorno continua normalmente. E allora inizi a chiederti se abbia senso.
Negli ultimi mesi, tra la bioenergetica umanistica, il SoulCollage® e la Scrittura Creatrice, sto capendo una cosa che il corpo probabilmente sapeva già da tempo, il problema non è performare troppo poco. È vivere troppo lontani da noi stessi.
Thomas Curran parla del perfezionismo come di un’epidemia culturale.
Thomas Curran, “I rischi del perfezionismo”, TED Talk e articolo su IBS Foundation Blog, 20 marzo 2019. Disponibile qui.
Io ricordo soprattutto la sensazione di portare uno zaino sempre più pesante, anno dopo anno, finché il peso diventa normale e non ti accorgi più di quanto ti stia piegando.
Forse andare controvento significa proprio smettere lentamente di tradirsi.
Oggi sento sempre meno il bisogno di insegnare alle persone come diventare migliori, più performanti o più efficienti. Sento il bisogno di creare spazi in cui possano respirare, ascoltarsi, scrivere, sentire il corpo, fermarsi abbastanza a lungo da capire cosa desiderano davvero.
Ed è forse per questo che queste recensioni, paradossalmente proprio sulla piattaforma che questo libro attraversa criticamente, mi emozionano così tanto. Perché mi ricordano una cosa semplice: quando scegli di andare controvento, per un po’ ti senti sola. Poi, lentamente, iniziano ad arrivare segnali. Piccoli, sparsi, inattesi. Persone che riconoscono quel disagio, quella crepa, quella ricerca di coerenza.
E allora capisci che andare controvento non significa essere sbagliati. Significa solo essere tra i primi a sentire che il vento sta cambiando.
Il capitolo 8 |
Rileggendo oggi il capitolo 8, mi accorgo che tutto il mio lavoro a Palazzo Chigi ruotava attorno alla tensione di cercare di trasformare la comunicazione istituzionale in qualcosa di vivo, partecipato, utile davvero alle persone. Da narrazione calata dall’alto a processo collettivo. Per questo, nel piano di comunicazione del Digital Office, parlavo di ascolto, co-produzione, citizen-centricity, blog corali, feedback continui, comunità di comunicatori pubblici. Volevo che la trasformazione digitale fosse anche una trasformazione culturale.
Molte cose riuscirono. Altre no. Alcune restarono intuizioni sospese. Ne parlo dettagliatamente in questo capitolo del mio libro.
Nel piano, datato 1 giugno 2016, citavo Luca De Biase che nel libro di Andrea Granelli Comunicare l’innovazione scriveva:
“La comunicazione dell’innovazione o di ogni altro aspetto della vita è sempre strumentale agli obiettivi di chi la produce. L’informazione, invece, è al servizio del pubblico. O così dovrebbe essere.”
Dieci anni dopo, sento che quella frase è ancora più vera.
Ed è forse anche per questo che oggi sento così importante quello che sta accadendo con PerugIA Next, il progetto dedicato all’intelligenza artificiale e alla cittadinanza digitale che Luca De Biase sta contribuendo a costruire insieme a istituzioni, scuole, DigiPASS, università e territori. Un percorso che prova a riportare il digitale dentro una dimensione pubblica, partecipata e umana, mettendo al centro non soltanto la tecnologia ma le persone, le comunità e la qualità della vita.
In questo post di Massimiliano Presciutti, Presidente della Provincia di Perugia si racconta l’importanza di un approccio diverso all’innovazione, che parta dall’ascolto profondo di tutti gli attori coinvolti. Un modo di andare controvento anche il loro.
Forse il mondo, in modo strano e circolare, mi sta offrendo una nuova possibilità. La possibilità di applicare davvero, a distanza di dieci anni esatti, ciò che avevo scritto in quel piano del 2016. L’idea che l’innovazione non debba essere soltanto efficiente, veloce e performante, ma profondamente condivisa, comprensibile e, diciamolo, fortemente umana.
E forse pubblicare queste parole proprio il 1 giugno 2026, esattamente dieci anni dopo, non è una coincidenza.
E oggi ho pubblicato anche una riflessione sulla enciclica papale dedicata al digitale. Leggendola, ho avuto una sensazione familiare. La stessa che mi aveva spinta a scrivere Lettera a Jeff Bezos.
La tecnologia continua a diventare più potente. La domanda è se stiamo diventando più umani. Dieci anni fa immaginavo una trasformazione digitale capace di mettere al centro i cittadini. Oggi continuo a credere che la sfida sia la stessa di allotra.
Per questo mi ha colpito leggere nell’enciclica queste parole:
«La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità.»
Papa Leone XIV | MAGNIFICA HUMANITAS
Forse andare controvento significa proprio questo. Continuare a ricordare che dietro ogni dato c’è una persona, dietro ogni algoritmo una scelta e dietro ogni innovazione una responsabilità.
Per anni questa sensibilità è sembrata una voce marginale, quasi fuori tempo. Oggi, però, sento che qualcosa si sta muovendo. Quando persino un Papa richiama il valore della verità, dell’educazione e delle relazioni umane nell’era digitale, forse non siamo più soltanto pochi a sentire che il vento sta cambiando.
Forse il coraggio di andare controvento serve proprio a restare fedeli a ciò che sentiamo vero abbastanza a lungo da accorgerci che, un giorno, il vento ha iniziato a girare.


