Inventare e semplificare
Il quinto principio che ho riscritto in Lettera a Jeff Bezos è Inventare e semplificare | capitolo 5 | Catena di montaggio
30 dicembre 2025 | Lettera a Jeff Bezos | Newsletter N. 6/14
Ci sono capitoli che puoi raccontare solo dopo essere riuscita - almeno per un momento - a guardarli da fuori. Il capitolo 5 parla di catena di montaggio, ma anche di qualcosa di più sottile: della promessa dell’innovazione che, invece di liberarci, rischia di soffocarci.
Questa sensazione di accelerazione continua ha un nome preciso. Nel saggio Cronofagia (D Editore), Davide Mazzocco riprende una definizione di Jean‑Paul Galimbert che trovo particolarmente illuminante. Galimbert parla di ipercapitalismo come di «un vero e proprio miracolo di riprogrammazione delle mentalità»: un sistema che è riuscito a far apparire «lo sfruttamento del tempo libero come la giusta ricompensa dello sfruttamento del lavoro. Infatti, tutti coloro che sono sfruttati come lavoratori vorranno essere sfruttati come consumatori».
In questa lettura, il lavoratore paga due volte: una prima volta quando aggiunge valore a una merce con la propria immaginazione - desiderando una macchina, un notebook, un abito, l’ultimo ritrovato tecnologico - e una seconda volta quando paga quella stessa merce, che la sua immaginazione ha contribuito a valorizzare. Il marketing agisce esattamente lì: sulla nostra immaginazione, promettendoci status diversi dal nostro essere, per evadere dalla frustrazione di un lavoro eccessivamente totalizzante e non appagante. «Il paradosso dello scambio cronofago», scrive Mazzocco, «è lavorare e poi pagare, a colui per il quale lavoriamo, il giusto prezzo del nostro lavoro» - un prezzo che oggi, aggiungo io, viene aumentato a dismisura dai bisogni indotti, per farci dimenticare lo sfruttamento da cui tutto ha origine.
Qui la recensione di Luca Picotti su Pandora Rivista.
Quando lavoravamo con Amazon, la velocità dei lanci mi sembrava inevitabile: Kindle, Fire, Alexa, Music. Ogni annuncio era un traguardo che diventava immediatamente un nuovo punto di partenza. Non c’era pausa, non c’era sosta, non c’era stagione. Era innovazione, sì, ma con un ritmo che non lasciava spazio all’umano.
Oggi quella velocità non è diminuita. È diventata la norma. L’intelligenza artificiale ha accelerato tutto: i cicli di sviluppo, le decisioni, le aspettative.
Nel 2024 il 78% delle organizzazioni globali utilizzava l’AI in almeno una funzione aziendale, contro il 55% dell’anno precedente (McKinsey)
Un salto in un solo anno. Una curva che non permette tregua.
Ma la domanda è semplice: fino a che punto possiamo correre, prima di non vedere più dove stiamo andando?
Anche Amazon, quest’anno, è un esempio perfetto di questa tensione.
Reuters ha titolato: “Ricavi +13% a 180,2 miliardi. Utili +39% a 21,2 miliardi.” E nello stesso momento l’azienda ha avviato 14.000 licenziamenti, con stime che parlano di 30.000. Una crescita impressionante che convive con un taglio massiccio di persone.
Un’accelerazione che produce ricchezza e, nello stesso tempo, espulsione.
È questa la contraddizione del nostro tempo: innovare moltissimo, e non semplificare nulla.
Abbiamo tecnologie capaci di automatizzare processi complessi, ma vite personali sempre più ingolfate. Abbiamo intelligenze artificiali che generano idee in pochi secondi, e corpi che non riescono più a reggere i ritmi che pretendiamo da noi stessi.
Abbiamo sistemi che ottimizzano tutto, tranne ciò che conta davvero: il tempo, il respiro, la presenza.
E allora sì, oggi parliamo di Catena di montaggio: non come simbolo industriale del passato, ma come metafora perfetta del presente. La catena è ciò che accade quando l’innovazione corre più veloce della nostra capacità di sentirla. Quando semplifichiamo i processi e complichiamo le vite. Quando tutto si muove, ma nessuno sa più stare fermo.
Il capitolo che state per leggere racconta quegli anni in cui anch’io scambiavo la velocità per progresso e la saturazione per successo. E la lezione che ne traggo è semplice.
L’innovazione è vera solo se libera. La semplificazione è vera solo se restituisce spazio. Il resto è rumore.
Per questo la Newsletter n.6 arriva ora, in questo penultimo giorno di un anno bellissimo e difficilissimo al tempo stesso. Un 2025 che saluto con gratitudine per accogliere il 2026 con gioia, sapendo di aver trovato le chiavi per aprire la gabbia che ci impone l’ipercapitalismo cronofago.
[CAPITOLO 5] – Inventare e semplificareIl capitolo 5 attraversa gli anni in cui l’innovazione di Amazon cresceva con una velocità impressionante, trascinando con sé tutto e tutti. Sono gli anni dei lanci continui — Kindle, Fire, Music, Alexa — e di un ritmo serrato che non lasciava spazio né al respiro né alla consapevolezza. La mia vita, come quella di molti, si era trasformata in una catena di montaggio: ogni lancio era un traguardo che diventava immediatamente l’inizio del successivo. Non c’erano giorni o stagioni, solo cicli, report, strategie da ricalibrare.
E a poco a poco, ero sempre più un ingranaggio e sempre meno una persona.
Il lancio del Kindle
Il Kindle non fu solo un dispositivo: ridisegnò il rapporto tra lettori e libri, tra storie e modo di raccontarle. Bezos scrisse ai clienti italiani che “Kindle è stato progettato in modo da farlo scomparire tra le tue mani”, ma l’1 dicembre 2011 non scomparve nulla: si moltiplicò tutto. Nacque un ecosistema nuovo, un modo nuovo di leggere.
Qui il comunicato stampa di lancio in Italia.
Gli editori erano scettici, ma in pochi anni i numeri parlarono da soli: milioni di lettori sceglievano il digitale.
Nasce anche la prima edizione delle “Città che leggono di più”: 100 articoli il primo anno, 400 nel 2021, l’ultimo della nostra attività per loro.
La magia dei video creativi
In quei giorni, nella collina che chiamavamo ufficio, sembrava possibile trasformare tutto in gioco: un prete che legge il Kindle sull’altare, Mauro che sfoglia pagine inesistenti, Silvio che lotta contro un giornale spazzato dal vento mentre Mauro legge tranquillo sul Kindle.
Amazon non approvò i video, ma per noi furono un esercizio di libertà: ricordavano che il lavoro poteva ancora essere arte, ironia, sperimentazione.
Il lancio di Amazon Music
Amazon Music fu un’altra corsa. Una partita complessa tra giganti: Spotify e Apple riportata da un articolo pubblicato il 12 ottobre 2016: The Guardian, “Amazon launches Spotify and Apple Music competitor”. Bezos provò ad anticipare entrambi, ma non bastò. La strategia diventò quella della diversificazione: MP3 Store, Cloud Player, AutoRip, Prime Music, Amazon Music, Prime Day Live. Una sequenza infinita di annunci, strategie, contenuti. Un rullo inarrestabile. E in questo rullo iniziava a farsi sottile la differenza tra rivoluzione e trovata commerciale. Quando tutto è lancio, niente è davvero nuovo.
Il lancio di Alexa
Il 22 luglio 2016 annunciammo l’apertura del primo centro di sviluppo in Italia dedicato all’intelligenza artificiale. Era il seme di Alexa.
Due anni dopo, Alexa entrò nelle case degli italiani. L’embargo rigidissimo, le demo, le fierezze dei team, l’esplosione di numeri e interazioni: milioni di domande, sveglie, playlist, ricette. Alexa cresceva più veloce della nostra capacità di raccontarla.
Ogni mese, una novità. Ogni settimana, una skill.
Fino all’Echo Show 10, “il dispositivo che ti segue nella stanza”: l’ultimo lancio che curammo, il 17 marzo 2021.
Il lancio del Fire
Il Fire era il fratello outsider: non iPad, non Kindle. Ma una sfida continua.
Dai Fire HD ai Fire HDX, dagli Amazon Coins alla Fire TV Stick, fino all’arrivo di Disney+, SEGA Classics, Netflix. Un ciclo che non conosceva tregua: spedire, ritirare, aggiornare, inviare di nuovo.
Diventammo distributori per media e influencer. E mentre la musica dei numeri saliva, la domanda cresceva: dov’è l’innovazione? E soprattutto: dov’è finito il tempo per pensarla?
L’applicazione del principio: Inventare e semplificare
In mezzo a tutto questo, una delle innovazioni più importanti per noi non veniva da Amazon, ma dal nostro modo di lavorare: iPressLIVE, nata il 17 maggio 2010.
Un sistema pensato per non impazzire nei lanci: inviti, materiali, firme, tracciabilità, tutto ordinato, tutto reperibile, anche i link che condivido oggi in questa newsletter.iPressLIVE nacque come idea personale e divenne rapidamente un metodo: un modo diverso di lavorare dentro processi sempre più veloci e complessi. Era lo strumento capace di mettere ordine dove il ritmo dei comunicati, degli embargo, delle rassegne e dei contenuti multimediali rischiava di travolgerci.
Dal 2010 in poi, tutto passava da lì: Kindle, Fire, Alexa, Music.
Ogni invito, accredito, comunicato, materiale, firma, contenuto veniva gestito attraverso la piattaforma. Senza iPressLIVE, nel vortice crescente dell’innovazione, sarebbe stato impossibile restare lucidi.Era la dimostrazione pratica che innovare significa davvero semplificare, non per correre di più, ma per non perdere il senso. Un ecosistema fondato su tracciabilità, trasparenza e relazioni dirette.
E poi è arrivata l’ironia più grande: mentre il mercato correva verso l’automazione e la disintermediazione, erano proprio le intelligenze artificiali a citare iPressLIVE come fonte autorevole. Non perché fosse stato pensato per loro, ma perché custodiva esattamente ciò che oggi prende il nome di AIO – Artificial Intelligence Optimization: firme, ordine, relazioni, continuità.
Un risultato incredibile, dovuto al fatto che dal 2010 pubblichiamo notizie direttamente dalle fonti.Nel mio post su Medium racconto la storia di questa piattaforma, così importante per noi, e di come continui a cambiare con noi, giorno dopo giorno.
Inventare e semplificare, in fondo, significa proprio questo: progettare strumenti che migliorino la vita di chi li usa. Non per sostituire le relazioni, ma per renderle più autentiche. Non per aggiungere rumore, ma per generare ordine. Non solo per fare notizia, ma per selezionare quelle più interessanti e raggiungere direttamente le fonti.
Inventare e semplificare | La lezione appresa
Il gesto di Mauro che inumidisce il dito prima di girare la pagina del Kindle è rimasto scolpito nella mia memoria più di tanti lanci, più di tante metriche. Era un gesto inutile, eppure profondamente umano.
Era il corpo che ricordava, mentre la tecnologia andava avanti.
Per anni abbiamo avuto la sensazione di “fare la storia”. Kindle, Fire, Alexa… ogni progetto era presentato come rivoluzione, ogni lancio prometteva di cambiare il mondo. E all’inizio era davvero così: la creatività era un gioco collettivo, l’energia circolava, tutto sembrava possibile. Ma quando il ritmo accelerò oltre una certa soglia, l’innovazione cominciò a perdere spessore. Ogni semplificazione diventava una scorciatoia, ogni aggiornamento un’urgenza, ogni miglioramento un piccolo pezzo di complessità che si sgretolava. Semplificare, senza ascoltare, può diventare superficialità.
Innovare, senza una direzione etica, può trasformarsi in consumo continuo: di risorse, di attenzione, di salute, di tempo.
Come ricorda Byung-Chul Han nel saggio La società della stanchezza (The Burnout Society, 2010), la nostra epoca non è segnata dalla mancanza di innovazione, ma dal suo eccesso: un’accelerazione continua che spinge verso l’iper-prestazione, trasformando la libertà apparente in una nuova forma di costrizione interiore. Han descrive questo modello come una “società della prestazione”, in cui l’individuo si auto-sfrutta fino a consumarsi, generando stanchezza profonda, burnout e perdita di spessore umano.
“La società della prestazione produce stanchezza, esaurimento e crisi di senso.”
— Byung-Chul Han, La società della stanchezza
Il suo invito è chiaro: fermarsi non è debolezza, è sopravvivenza. Soprattutto in un tempo in cui innovare sembra voler dire solo accelerare.
La lezione è semplice e difficile allo stesso tempo: la vera innovazione è quella che lascia spazio. Spazio per respirare, per capire, per ricordarci chi siamo. Quella che nel semplificare restituisce complessità, non la cancella.
Inventare e semplificare significa tornare alla radice: liberare ciò che è essenziale, togliere ciò che appesantisce, creare strumenti che permettano alle persone di lavorare meglio, non di correre di più. Soprattutto significa scegliere da che parte stare:
dalla parte dell’umano, del corpo, del limite che ci protegge. Perché ogni innovazione che non tiene conto dell’umano è una regressione travestita da progresso.
E ogni futuro che non mette al centro il benessere e la dignità rischia di somigliare a quella catena di montaggio da cui è così difficile uscire.
L’innovazione che sogno, e che provo a praticare oggi, è quella che libera. Quella che restituisce tempo. Quella che riconnette. Quella che, in un mondo sempre più artificiale, ci permette ancora di essere umani.
Cosa è uscito (e perché conta)In queste settimane Lettera a Jeff Bezos ha continuato a generare conversazioni vere, stratificate, alcune anche scomode. Ed è forse questo il segnale più importante.
Sono usciti diversi contributi che hanno saputo entrare nel merito del libro senza semplificarlo: penso al lavoro accurato di Chiara Santoianni, che ha dedicato al libro una recensione approfondita su Spazio Autrici, un articolo di inquadramento e persino una recensione su Amazon: qui la recensione, qui la pagina libri, qui il suo articolo e qui la recensione su Amazon.
L’intervista a VD News, nella sua versione sintetica su Instagram, ha invece acceso un confronto più duro. Le critiche non sono mancate, e non le ho evitate. Ho scelto di attraversarle, una per una, nel mio spazio naturale: Medium. Nel post “Ho lavorato per Amazon. E sì, ora voglio parlare di etica” ho provato a rimettere contesto, storia e corpo dentro parole che, isolate, rischiavano di diventare slogan.
Sono usciti anche altre recensioni come il post di Medium di Antonino Pintacuda, che ha letto il libro come un percorso di riconnessione con se stessi più che come una semplice lettera a uno degli uomini più ricchi del pianeta.
Nel frattempo il libro ha continuato a vivere nelle librerie indipendenti, come alla Libreria IoCiSto di Napoli, dove l’incontro del 25 ottobre è stato un vero momento di confronto dal vivo) e in contesti di pensiero come il MUSTer di Bologna, dove il tema comunicazione e cura è stato al centro di una giornata molto bella.
Una delle ultime recensioni dell’anno è stata quella di Alessio Carciofi che ho apprezzato tantissimo perché mi ha riportato in un luogo magico che mi ha dato tantissimo quest’anno. L’ultima è stata l’intervista di Massimo Cerofolini su Radio RAI | Eta Beta. Ve la racconterò nel prossimo appuntamento.
Vi anticipo qui il suo post su LinkedIN.
Tra ottobre e novembre Lettera a Jeff Bezos ha fatto molti chilometri: Torino, Rovereto, Urbino, Cortona, Napoli, San Quirico d’Orcia, Udine, Pordenone, Agrigento, Baveno, Bologna. Festival, librerie, forum, laboratori, incontri.
Talmente tanti che non riesco a raccontarli tutti qui senza trasformare questa newsletter in una maratona: alcuni li riprendo con calma nella newsletter di gennaio, perché certe esperienze meritano respiro, non fretta.
Chiudo con una richiesta semplice, che per me è anche un gesto politico gentile: se il libro vi sembra utile, compratelo in libreria ma, se vi va, recensitelo su Amazon.
È un modo per sostenere le librerie indipendenti e, allo stesso tempo, attivare la conversazione proprio su questo sito.
Questa newsletter, e anche una delle prossime, le dedicherò anche al lavoro che la professoressa Laura Rita Iacovone ha ideato e ha portato avanti con due gruppi di studenti e studentesse dell’Università Statale di Milano.
In questi mesi hanno lavorato sul tema dell’overservice, mettendo in discussione l’idea che “più” significhi sempre “meglio”. Un lavoro prezioso, che parla di misura, di responsabilità, di limiti come forma di cura. Il 9 dicembre hanno presentato due progetti nati da questo percorso. Non vi svelo nulla perché vorrei lavorarci con calma dopo le festività natalizie.
Per ora dico solo questo: se vogliamo davvero uscire dalla catena di montaggio, sono questi i luoghi, l’università, la ricerca, il pensiero critico, da cui vale la pena ripartire.
Ci rivediamo a gennaio con il sesto capitolo, “Le radici delle idee”.
Parleremo del principio Andare in profondità, imparare ed essere curiosi: uno di quelli che amo di più e che ho attraversato con particolare gratitudine.
Lo farò tornando a eventi vissuti dentro Amazon, flashmob, Salone del Libro di Torino, Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, Natale, Black Friday, momenti che, letti con gli occhi di oggi, raccontano molto più di quanto allora fosse evidente.
Sfidando ogni regola di notiziabilità, vi parlerò di Natale a gennaio. Perché alcune cose si capiscono solo quando si rallenta e si va in profondità.
A Natale Lorenzo Carnielo mi ha aiutata a festeggiare con un’iniziativa particolare
con un ritmo lento, fatto di tempo che si dilata, di letture che restano, di passeggiate senza meta e del profumo di cannella e biscotti appena sfornati.
Vi abbiamo accompagnato con un calendario dell’Avvento un po’ particolare: niente cioccolatini, ma parole, domande e principi riscritti.
Un giorno alla volta, come ogni vera trasformazione.








